Kevin McManus, critico d’arte

Invitati:

MARCO ANDRIGHETTO

FRANCESCA LONGHINI

EZIO MINETTI

LUCE RESINANTI

 

Nella riflessione moderna, almeno da Proust, la memoria è intesa non solo come attività organizzativa dell’intelletto, ma soprattutto come ciò che modifica il soggetto irreversibilmente, lasciando una traccia visibile e tangibile. Simbolo – dunque – ma anche indice, impronta lasciata dal tempo sulle cose. Una pittura della memoria gioca dunque sull’equilibrio tra simbolico e materiale, su una superficie che mostra le cicatrici del tempo, del passaggio delle cose. Così Ezio Minetti lavora con gli oggetti obsoleti tratti dall’esperienza e li fa dialogare, entro la cornice, in una nuova composizione che, superando la verve collagista del combine painting, basa la sua forza poetica proprio sulla patina del tempo. Significativo è ad esempio l’uso della ruggine, che avvolge l’oggetto, riconoscibile, con il segno della sua obsolescenza, quasi come una ruga sul volto. Allo stesso tempo, essa vi sovrappone un elemento di indifferenziazione, fa convergere tutti gli oggetti verso la sorte comune del quadro. È il ricordo ad impregnare di sé anche i materiali di Luce Resinanti, quelle cartine luccicanti che nel mondo reale fungono da contenitori, da confezioni fatte per attirare l’occhio, e la mano, sul prodotto in esse contenuto, e che vengono conservate, nell’aldilà della cornice, come parti di una visione onirica e poetica dove è l’elemento ricordato a costituire il primo piano, a saltare fuori dalla superficie Appare sì un contenuto, uno spazio simbolico, ma è la superficie a garantire il segno della memoria, a conferire al quadro una storia che lo precede, come in una sorta di reincarnazione. Ancora più evidente, il segno, nei lavori di Marco Andrighetto, il cui linguaggio informaleggiante è veicolo di un naturalismo panico, fatto di suggestioni ampie che spingono che guarda non tanto a ricostruire il processo percettivo e creativo dell’artista, ma piuttosto a costruirne uno proprio. Queste forme, e questi colori non nascono da una sensazione, ma da una scrittura della mente che osserva, o meglio ancora, ricorda il reale. Non c’è traccia dell’immersione irrazionale nell’indistinta sensazione data dal dettaglio ravvicinato; c’è piuttosto una rilettura del tutto, della visione d’insieme attraverso i segni rarefatti tracciati dalla memoria. Di memoria parlano anche i lavori di Francesca Longhini. Per la quale i soggetti tratti dalla natura – animali, paesaggi – non sono rappresentati su una superficie che funge da «finestra», ma sembrano lasciare un’impronta tangibile sulla bellissima banalità della superficie. È l’impressione lasciata dal soggetto nei sensi – al plurale – dello spettatore, che viene assorbita nel contatto con la superficie della carta, scaturendo non da una riflessione intellettuale, ma dalla necessità di mimare, di mostrare, partendo dalla più classica delle materie prime, il ricordo sensibile che precede qualsiasi riflessione.