Ada Patrizia Fiorillo, critico d’arte

Invitati:

CARLO CATUOGNO

MARY CINQUE

NINO TRICARICO

SILVIA VENTURI

 

La questione aperta dell’arte

 

È coraggioso in tempi come quelli odierni che un Premio dedicato all’arte contemporanea, benché nato, come il Bugatti-Segantini, sullo scadere degli anni Cinquanta, mantenga all’interno del suo organigramma una precisa distinzione delle categorie ammesse. Pittura, disegno, scultura e, da quest’anno, anche l’acquerello e l’incisione costituiscono la sfera delle pratiche che cifrano la sua identità con una precisa scelta, credo. Se è vero del resto che la questione dell’arte si propone oggi più che mai aperta, ovvero ravvisabile sotto il segno del molteplice,  richiamare una riflessione su definiti ambiti di operatività è infatti un modo di connotarsi, nel novero dei premi nazionali ed internazionali, con un carattere che si salda alle proprie origini senza preoccupazione naturalmente di attualizzarle. Nella logica del confronto e nella molteplicità dei linguaggi, si tratta di prospettare tracciati di creatività colti come opportunità di dibattito sul ruolo e sulla capacità dell’arte all’interno della società, sulla sua versatilità a cogliere ed interpretarne le dinamiche quanto le spinte dei nuovi venti che la presiedono.

Punti di osservazione sull’esperienza del fare tra pittura e scultura, sul suo transitare entro le ragioni di quell’artificio che racchiude, sogni, utopie, sollecitazioni estetiche o bisogni etici sono qui proposti attraverso le opere di Nino Tricarico, Carlo Catuogno, Silvia Venturi e Mary Cinque. Si tratta generazioni diverse che, da sguardi e postazioni diversamente angolate, continuano ad inseguire quel primato che all’arte chiede di interrogarsi ed interrogarci.

Lo fa Nino Tricarico innervando la sua pittura di ulteriori slanci di ascolto indirizzati verso quei territori dell’emozione e della memoria. È quanto traspare dal ciclo “Infinito bianco” del 2010-11 nel quale l’artista affida al colore, per scelta quasi monocromatico, il farsi mezzo di costruzione della scena, nonchè veicolo di luminose e liriche vibrazioni che trascinano lo sguardo verso infiniti transiti di esistenza.

È la necessità del gesto a cifrare la pittura di Carlo Catuogno che si struttura sulla superficie attraverso l’emergenza di segni e di materie che concorrono alla nascita delle immagini. Figure che hanno assunto recentemente la fluidità di corpi in movimento, pronti a venire alla luce dall’antro che li avvolge. Sono materie dosate sulla tensione dialettica delle luci (fisica ed esistenziale), nelle quali Catuogno blocca l’essenza di un racconto che è sempre parte di un vissuto interiore.

Con un’inversione di tendenza si propone l’esperienza della giovane Mary Cinque il cui sguardo è proteso verso l’esterno, pronto a captare i segnali che la città o, meglio, le odierne scene urbane rimandano. L’artista ne accoglie frammenti, fermati come tasselli di un puzzle riordinato ai suoi occhi attraverso equilibrate, quanto calibrate, composizioni. Ne risultano pagine di una meditata geometria che, nell’ordine, accolgono la visione estraniata in un’altra realtà fino a raggiungere esiti di una metafisica percezione.

In un’attenzione al rapporto tra la l’immagine e lo spazio si colloca il lavoro di Silvia Venturi. Benché orientata a dialogare con materie sottratte al mondo della quotidianità e reimpiegate per installazioni di inconsueta leggerezza, Venturi non disdegna la dimensione del piano per il quale tiene insieme pittura (disegno prevalentemente) e scultura. Si tratta di composizioni affidate al surreale vocabolario di una zoologia fantastica, giocate sull’incrocio di materie e segni ove l’artista contiene la narrazione di memorie personali o collettive.